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| A ricordo la cittadinanza pose | |
| Oggetto | |
| Descrizione | *Lapide commemorativa : monumento porta San Marco |
| Anno pubblicazione | 1840 |
| Note tecniche | Marmo inciso. |
| Stato di conservazione | Discreto, patina del tempo. |
| Note sulla datazione | Sec. 19 (1840) |
| Indicazioni sull'oggetto | Iscrizione incisa nel marmo della scultura. Cornice sagomata. |
| Iscrizioni | Incisa, in lettere capitali: PAX EVAN / TIBI GELISTA / MARCE MEVS / 1840 Traduzione: Pace a te, Marco, mio evangelista |
| Localizzazioni | Livorno, Piazza E. Bartelloni |
| Note di compilazione | Amaranta Servizi, Elisa Andreani - 2022. Per gentile concessione di Mario Gavazzi autore dei testi e delle fotografie. |
| Note | La raffigurazione di San Marco, rappresentato in forma di leone, è tipico dell'iconografia cristiana derivante dalle visioni profetiche contenute nel versetto dell’Apocalisse di San Giovanni. |
| Note sull'orgine | Ambito livornese, ricavato da analisi stilistica. |
| Notizie storico-critiche | La costruzione della Porta San Marco è direttamente collegata alla decisione di Leopoldo II di ampliare i confini del porto franco della città (1834), originariamente delimitato dal Fosso Reale e dall'antico sistema fortificato mediceo. I lavori delle mura cominciarono nel 1835 su progetto di Alessandro Manetti, mentre la porta fu realizzata tra il 1839 ed il 1840 sotto la direzione di Carlo Reishammer. Sopra l’apertura arcuata centrale è posto il leone di San Marco, opera in marmo dello scultore Lorenzo Nencini. Come il leone alato veneziano, anche questo regge un libro aperto con il saluto "Pace a te Marco, mio evangelista", parole che, secondo la leggenda, un angelo disse a san Marco approdando sulle isole della laguna. La porta, dopo essere stata teatro degli scontri tra livornesi e austriaci, durante l‘invasione della Toscana del 1849, venne rinnovata aggiungendo un varco laterale, per consentire il traffico alla vicina Stazione Leopolda. Da allora in poi il varco verrà chiamato Barriera San Marco. Carlo Reishammer (1806-1883) architetto, figlio di padre austriaco e madre italiana, da giovanissimo lavorò alla sistemazione del Cimitero degli Inglesi. A Livorno si occupò personalmente del disegno delle barriere e delle porte d'accesso della cinta daziaria, applicando peraltro alcuni innovativi elementi in ghisa provenienti dalle fonderie di Follonica. Alla caduta del granduca, seguendo fedelmente il suocero Manetti, si ritirò dall'attività pubblica, aprendo uno studio di progettazione. |