Perché considerare vampiri solo il conte Dracula, o Nosferatu, e i loro discendenti più o meno diretti? Il cinema ci ha dimostrato mille volte che il vampirismo, o, più globalmente, la suggestione e la dipendenza, sono una specie molto diffusa, soprattutto nelle loro forme più sottili e insinuanti, quelle nascoste tra le pieghe del quotidiano.
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Vampiro può essere qualunque seduzione segreta, qualunque fascinazione del desiderio, qualunque automatismo dell'inconscio. L'ospite misterioso di Il pensionante di Hitch-cock o Teorema di Pasolini. Il patto d'amicizia che lega il terzetto di Le due inglesi di Truffaut o Pessoa e Sà-Carneiro in Conversazione conclusa di Botelho. Il patto di sangue che lega i malavitosi in Le iene di Tarantino o Fratelli di Ferrara. Il codice di guerra che muove La grande illusione di Renoir e Orizzonti di gloria di Kubrick. Il codice del samurai che muove Frank Costello faccia d'angelo di Melville e The Killer di Woo. Il mutante di Biade Runner di Scott e Terminator di Cameron. L'angelo custode di Lo sceicco bianco di Fellini e Il cielo sopra Berlino di Wenders. La femminilità perversa di Lulu di Pabst e Veronika Voss di Fassbinder. Vampiro può essere una musica, un manoscritto, uno scambio sessuale, il cinema stesso... Ecco così spiegata la scommessa implicita in questo libro, concepito come una libera reinterpretazione del mito più intrigante della storia del cinema. Attraverso l'analisi sincronica di trentacinque film-campione, appartenenti a tutte le epoche e a tutti i generi, da Femmine folli di Stroheim (1921) a Parla con lei di Almodóvar (2001), Sergio Arecco non si misura solo con ottant'anni di cinema dell'ombra e del doppio, ma anche e soprattutto con le molteplici forme dello sguardo e della visione, con quella metamorfica grammatica dell'illusione che è il cinema.
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